Cancro al seno? I conti non tornano

3 luglio 2009: Cancro al seno in drastico aumento tra le giovani donne? I conti non tornano. L'AIRTUM commenta i dati dello studio di Piscitelli P. et al. pubblicato sul Journal of experimental and clinical cancer research. Leggi il comunicato.

«Quando trova discrepanze di tale entità tra i suoi dati e quelli già disponibili, uno scienziato dovrebbe per prima cosa controllare di non avere commesso errori nella raccolta e nell’analisi dei dati».

E’ tranchant Franco Berrino, epidemiologo dell’Istituto nazionale dei tumori di Milano, nell’esprimere la sua reazione (e quella di molti epidemiologi che da decenni si occupano di tumore del seno) alla lettura del comunicato diffuso dalla newsletter DoctorNews l’1 luglio. Dove, riportando i risultati di uno studio del Centro di ricerche oncologiche di Mercogliano (Crom), affiliato alla Fondazione Pascale di Napoli, si legge:

«…le cifre reali del big killer al femminile sono "sorprendentemente maggiori" rispetto ai dati ufficiali. In particolare, allarmano i dati relativi alle donne under 45: in 6 anni si calcola un +28,6% di casi nella fascia d’età 25-44 anni».

Sono queste le cifre che hanno fatto sobbalzare chi da anni in Italia si occupa di epidemiologia del tumore della mammella.

Lo studio, pubblicato da Piscitelli P. et al. sul Journal of experimental and clinical cancer research 2009, 28:86, rigetta la validità dei dati relativi all’incidenza (ossia, il numero di nuovi casi diagnosticati ogni anno) forniti dal Ministero della salute perché frutto di stime statistiche. E propone invece un metodo basato sulla conta delle schede di dimissione ospedaliera (SDO) relative a due tipi di intervento chirurgico, conservativo (quadrantectomie) e demolitivo (mastectomie). Approccio che porta gli autori a “contare” 47.200 nuovi casi nel 2005, contro i 37.300 del Ministero.

«Sono dati che non trovano alcun riscontro in quelli raccolti dalla rete dei Registri tumori» dice Eugenio Paci, segretario nazionale dell’Associazione italiana registri tumori (AIRTUM) «Secondo le nostre rilevazioni, infatti, tra il 2000 e il 2005 (la stessa finestra temporale considerata dallo studio in questione) non c’è stata alcuna variazione nell’incidenza del tumore della mammella tra le donne italiane di età compresa tra 0 e 84 anni che si è mantenuta stabile attorno alle 111 nuove diagnosi ogni 100.000 donne (tassi standardizzati per la popolazione Europea)».

Questa stabilità dell’incidenza del tumore nella popolazione globale delle donne è frutto di andamenti diversi nelle diverse fasce di età. «Nulla però che sia compatibile con i numeri riportati nell’articolo citato» osserva Paci. «Anzi, tra le donne più giovani, tra 25 e 44 anni (per le quali, secondo i ricercatori del Crom, si sarebbe registrato un incremento del 28,6% in sei anni), a noi risulta un decremento: -2% di nuovi casi nel 2005 rispetto al 2000».

«Comunque» spiega Paci «i dati dei Registri tumori italiani sugli andamenti temporali del cancro (la cui pubblicazione è prevista per ottobre), sono ottenuti con metodi molto più affidabili del semplice confronto fra il numero di casi raccolti in singoli anni e mostrano per la fascia d’età 0-44 anni, dal 1998 al 2005, un incremento percentuale dell’1% l’anno: dato del tutto incompatibile con quanto riportato da Piscitelli et al.». Ma perfettamente in linea con i dati osservati nel periodo dal 1998 al 2006 negli Stati Uniti dal SEER (fascia di età 0-49 anni: -0,6% annuo) e nei paesi del Nord Europa (fascia di età 0-49: +0,4% annuo ).

«Non si capisce perché gli autori dello studio non abbiano ritenuto di confrontarsi con i dati AIRTUM» nota Berrino, «visto che la rete dei Registri tumori è la fonte più valida per quanto concerne l’incidenza e gli andamenti delle malattie oncologiche».

«E considerato» aggiunge Paci, «che gli aggiornamenti forniti periodicamente dall’AIRTUM non si basano su dati stimati , ma sui casi “osservati”, quindi contati uno a uno da personale specializzato. Certo, la rete AIRTUM non copre tutto il territorio nazionale, ma riguarda più del 30% della popolazione della Penisola, ed è  largamente rappresentativa delle realtà del Centro e Nord Italia (www.registri-tumori.it)».

«Mentre a non essere rappresentativa della realtà è la conta delle SDO» obietta Berrino. E questo per diverse ragioni:

  1. nei primi anni Duemila in alcune regioni le SDO potevano ancora riportare informazioni incomplete e in qualche caso errate;
  2. non è possibile stabilire una relazione uno a uno tra SDO e numero di donne ammalate: nel caso di tumori bilaterali infatti si hanno due SDO, ma la paziente è una sola;
  3. nel 30% dei casi di tumore della mammella si verificano recidive dopo l’intervento: anche in questo caso, si hanno più SDO per una sola persona;
  4. nel caso di tumori benigni (es. carcinomi in situ), spesso si interviene chirurgicamente, ma questi tumori non sono conteggiati dai Registri tumori e non rientrano nel calcolo dell’incidenza.

 

Insomma, l’uso dello sole schede di dimissione ospedaliera non è l’approccio corretto per ottenere valutazioni affidabili. Come sottolinea Eugenio Paci: «Abbiamo più volte segnalato l’importante errore in cui si incorre con l’utilizzo di singoli flussi informativi come le SDO. Una recente valutazione in alcune aree coperte dai Registri italiani, presentata al Convegno AIRTUM di Siracusa dello scorso maggio, ha confermato i rilevanti errori di stima che derivano dall’uso dei soli dati di ricovero ospedaliero».

E’ per evitare questi errori che i Registri tumori incrociano diversi flussi informativi (oltre le SDO), inclusi i dati di anatomia patologica che, riportando tutte le caratteristiche morfologiche del caso di malattia, rappresentano un’informazione basilare per la valutazione della rilevanza oncologica di qualsiasi segnalazione e seguono procedure di codifica molto rigorose condivise a livello internazionale dell’Agenzia Internazionale di Ricerca sul Cancro (www.iarc.fr). Procedure che assicurano che venga registrata solo la prima occorrenza del caso, e anche i casi che non sono stati sottoposti a intervento chirurgico.

Estensione dello screening alle donne più giovani

«Infine, per quanto riguarda l’estensione dello screening alle donne sotto i 50 anni di età auspicato dai ricercatori del Crom, la maggior parte degli studi internazionali ha documentato i limiti di un approccio basato sulla diagnosi precoce (tramite mammografia o altri strumenti) in donne giovani» aggiunge Paci. Che conclude: «L’offerta di un efficace screening mammografico alle donne in età 40-49, così come la necessaria assistenza alle donne ad alto rischio genetico, sono sicuramente questioni importanti e urgenti che hanno bisogno di investimenti e ricerca. Ma non li si renda più drammatici di quanto già non sono con numeri che non corrispondono per nulla all’effettivo andamento di una patologia così importante».