PSA: è ora di finirla

Malgrado le recenti raccomandazioni, lo screening per il cancro della prostata continua a ritmi allarmanti sul territorio statunitense.

Che lo screening basato sul PSA sia non solo poco efficace nel ridurre la mortalità per tumore della prostata, ma potenzialmente dannoso in termini di sovradiagnosi e di terapie inutili e pericolose, dovrebbe essere un dato acquisito. Tant’è vero che nel 2011 l’USPSTF (US Preventive Service Task Force) si è espressa chiaramente contro il suo utilizzo.

Malgrado ciò, come testimonia un intervento pubblicato su JAMA Internal Medicine (doi:10.1001/jamainternmed.2014.4117), ancora oggi negli Stati Uniti circa metà degli uomini tra i 65 e i 74 anni, più del 40% di quelli tra i 75 e i 79 anni e più di un terzo degli ultraottantenni vengono sottoposti a screening. Dati allarmanti, posto che la percentuale di sovradiagnosi si attesta intorno al 60-80% per gli ultraottentenni e scende solo al 50% per i 75-79enni. E considerato che la sovradiagnosi non è il male peggiore, vista l’alta percentuale di biopsie inutili che fanno seguito alle false diagnosi (tra il 12 e il 13% dei pazienti screenati, secondo due studi, uno europeo e uno statunitense). Infine non è stato dimostrato che il test del PSA identifichi tumori che beneficerebbero di un trattamento.

«Quali che siano le ragioni per le quali medici e pazienti negli Stati Uniti perseverano ad affidarsi al test per il PSA, è venuto il momento di finirla con questo test: questo andazzo non può continuare» sottolinea Vinay Prasad in un editoriale di commento sullo stessa rivista (JAMA Internal Medicine, doi: 10.1001/jamainternmed.2014.3078).