Dal Canada un altolà al PSA

Le nuove linee guida canadesi tracciano limiti precisi all’utilizzo dell’antigene prostatico come mezzo di screening.

Oltre a non portare a un’apprezzabile riduzione della mortalità per tumore della prostata, lo screening a base di PSA ha causato più danni che benefici, soprattutto nei soggetti con meno di 55 anni e più di 70 anni: a seconda della soglia di PSA considerata, 4 ng/ml vs. 3 ng/ml, la quota di falsi positivi va rispettivamente dall’11,3% al 19,8%; uomini con un test positivo vengono invitati a sottoporsi a ulteriori test che normalmente includono la biopsia prostatica, un intervento gravato da effetti collaterali anche pesanti: ematuria (31% dei casi), infezioni (0,9%), ricoveri ospedalieri (2,1%), morte (0,2%). Per non parlare della sovradiagnosi (diagnosi corretta di un tumore che lasciato a sé non causerebbe sintomi né morte), che si stima riguardi una percentuale tra il 40% e il 56% degli uomini sottoposti a screening che hanno ricevuto una diagnosi di tumore.

I medici, concludono gli esperti della Canadian task force on preventive health care nelle nuove linee guida pubblicate sul Canadian Medical Association Journal, dovrebbero discutere con i pazienti l’utilizzo del PSA, spiegando e valutando a fondo rischi e benefici.