Screening e migranti: ci vuole tempo

Se sono ancora pochi gli stranieri residenti in Italia che partecipano agli screening oncologici, la buona notizia è che il loro coinvolgimento cresce con l’integrazione.

Meno del 50% delle donne straniere effettua regolarmente un Pap test (vs. il 72% delle italiane) e solo il 42% una mammografia (vs. il 73% delle italiane). Se si considerano gli stranieri meno acculturati, il 17% dei casi di cancro tra gli uomini e l’11% tra le donne sono ascrivibili al basso livello di istruzione. Inoltre, troppo spesso le barriere linguistiche ostacolano il rapporto dei cittadini stranieri con i medici.
Partendo da considerazioni di questo tipo, AIOM e Fondazione Insieme per il cancro hanno lanciato la campagna «La lotta al cancro non ha colore» al fine di facilitare l’accesso degli stranieri alle cure e ai servizi di diagnosi precoce e di prevenzione. Una delle iniziative proposte è la distribuzione capillare (tramite ospedali, associazioni di volontariato, ambasciate, medici di famiglia) di opuscoli realizzati in sette lingue che hanno come tema la prevenzione oncologica.
Sembra comunque che il coinvolgimento dei “nuovi italiani” aumenti di pari passo con il loro grado di integrazione, stando a quanto emerge da due survey, condotte recentemente dall’Osservatorio Nazionale Screening e dal gruppo di lavoro PASSI, in cui si è analizzato il comportamento degli stranieri residenti in Italia nei confronti della prevenzione secondaria.
Secondo le due ricerche, che si sono concentrate sugli immigrati provenienti dai cosiddetti Paesi a forte pressione migratoria (Pfpm), cruciale è infatti il “tempo di migrazione”: il tasso di partecipazione ai programmi, basso tra gli stranieri arrivati di recente, aumenta man mano che passano gli anni.
Non solo. Anche per quanto riguarda gli esami di approfondimento – necessari quando il primo test risulta dubbio o positivo – l’adesione è buona tra i migranti. Nello screening mammografico, per esempio, è sovrapponibile a quella generale, nello screening colon-rettale è appena inferiore. «Questi dati indicano che il programma di screening, se la persona invitata accetta il primo test, è in grado di assicurare un percorso di approfondimento adeguato anche alle esigenze della popolazione migrante» osserva Marco Zappa, direttore dell’ONS.