Gliomi: dai geni nuove strategie di cura

Un nuovo approccio alla classificazione dei gliomi permetterebbe una migliore identificazione dei pazienti da trattare con terapie aggressive e un conseguente risparmio di terapie inutili.

Questo nuovo modo di identificare i gliomi (tumori che derivano dalle cellule gliali e tra i più difficili da trattare), proposto da un gruppo di ricercatori statunitensi in un articolo pubblicato sul New England Journal of Medicine (N Engl J Med 2015. doi: 10.1056/NEJMoa1407279), si basa sull’identificazione di tre alterazioni genetiche che permetterebbero di suddividere i pazienti in cinque categorie con diverse cartteristiche ed esiti clinici.

I metodi attuali di classificazione sono basati sull’istologia e distinguono i gliomi in astrocitomi, oligodendrogliomi e oligoastrocitomi misti. Ma non offrono strumenti efficaci per prevedere l’evoluzione del tumore, la sua capacità di risposta alle terapie o la progonosi a lungo termine. Le mutazioni scoperte negli ultimi 25 anni, invece, sì. La codelezione dei cromosomi 1p e 19q, per esempio, porta con sé una migliore sensibilità del tumore alla chemioterapia, mentre la mutazione Idh è associata a una prognosi migliore e la mutazione Tert protegge le estremità dei cromosomi. In base a queste tre mutazioni i ricercatori hanno suddiviso i gliomi in cinque gruppi principali, tumori con diverse origini e differenti progressioni «che permetteranno non solo di costruire nuove classificazioni, ma anche di trovare specifici bersagli terapeutici nei diversi tipi molecolari di questa neoplasia» sottolinea Daniel Lachance, neuroncologo della Mayo Clinic di Rochester (MN, USA) e coautore dell’articolo.